Pedagogia
La pedagogia è una scienza che si occupa della formazione/educazione e istruzione di ogni singolo individuo nell’arco della loro vita (infanzia, giovinezza, età adulta, anzianità).
Dagli anni cinquanta in poi la pedagogia si distacca dalla filosofia per divenire scienza autonoma iniziando a ricercare nuovi modelli per dare più concretezza a questa nuova scienza.
Infatti quest’ultima, rappresenta sempre più il sapere all’interno del contesto sociale, e ha l’obbiettivo di raggiungere esiti formativi educativi ed istruttivi efficienti ed efficaci. Pertanto essa si configura come parte individuale in riferimento alla persona (alla sua dignità e alla sua età) e come parte sociale in riferimento alle formazioni sociali nelle quali l’uomo si realizza (in particolare la famiglia e la scuola).
È scientificamente provato che più ci si istruisce più si vive meglio e migliore è il contesto sociale nel quale viviamo.
La società è un sistema formativo complesso in cui scuola, famiglia, ambiente lavorativo e chiesa offrono il loro contributo all’educazione dell’individuo.
Ci sono problemi sociali e culturali che oggi premono sulla scuola e le chiedono di essere affrontati in modo organico e critico. Sono i problemi delle tecnologie che sono risorse e rischi al tempo stesso. Utili come strumenti di alfabetizzazione, di comunicazione, di sviluppo tecnico, di conoscenze e di formazione della mente. Rischi perché modellano la mente in un solo modo, funzionale e tecnico e meno creativo-espressivo-riflessivo.
Rischi di cattura della nostra vita e di tutta: si pensi solo aal ruolo della tv. Sono i problemi di genere, il femminile e l’omosex tradizionalmente lasciati fuori della scuola, la scuola li deve affrontare per contrastare femminicidio e omofobia. Sono i problemi del disagio giovanile che viene portato nella scuola e crea difficoltà nel comunicare e nell’apprendere.
Disagio che si manifesta in molti modi: bullismo, anoressia/bulimia, depressione, alcolismo, uso di droghe etc. La scuola deve parlarne, affrontare le cause e gli effetti, con insegnanti sensibili capaci di intervenire con atteggiamenti di cura.
Sessualità 2.0…21
Se vi siete imbattuti in questo articolo, probabilmente è perché avrete sentito parlare di “fluidità” o avrete notato, in un modo o in un altro che la sessualità umana, assume sempre più sfaccettature diverse e che assistiamo sempre più a nuove dinamiche relazionali, all’introduzione di nuove etichette nelle quali potersi identificare e ci si sente sempre più liberi di vivere la propria sessualità in maniera più consapevole.
Ma facciamo un passo indietro…
Già a partire dalla fine degli anni ‘40 Kinsey, Martin e Pomeroy (1948) misero in discussione per la prima volta l’immutabile andamento dicotomico con cui si proponeva la concettualizzazione classica dell’orientamento sessuale (eterosessualità vs omosessualità). Ma a partire dagli anni ’70 e dalla rivoluzione sessuale, il modo di guardare alla sessualità iniziò a modificarsi e le categorizzazioni innalzate precedentemente iniziarono a cedere, così il modo di pensare alla propria identità e alle sue articolazioni si ampliò. Solo in quest’ultimo ventennio, gli anni 2000, si giunge a una consapevolezza sessuale, più libera da tabù e restrizioni morali che permette ad ognuno di personalizzare maggiormente la propria identità sessuale rendendola più “fluida”. Questo è, infatti, quanto emerge dalle ricerche più recenti che analizzano le sue manifestazioni, attraverso prospettive e concetti differenti, pur concordando che esiste un nuovo modo di vivere le sessualità, meno rigido e più personale.
Nel 2000 Baumeister conia il termine “plasticità erotica”, con la quale identificare il grado con cui è possibile che il desiderio sessuale venga modificato dall’influenza di fattori sociali, culturali e situazionali. A partire da questo concetto si aprirà un filone di ricerche di cui la massima esponente è Lisa Diamond, che con la pubblicazione dei suoi risultati, ha introdotto il concetto di “Fluidità Sessuale” che l’autrice definisce come la ‘capacità di reattività sessuale flessibile a seconda delle varie situazioni’.
Plasticità erotica e fluidità sessuale sono due concetti squisitamente legati alla sessualità, ma che riflettono perfettamente l’andamento sociale e culturale dei nostri tempi, dove la società è definita da Baumann come “liquida”, ovvero in continuo divenire. In una società di questo tipo in continua evoluzione e nella quale il cambiamento è l’unica costante, vanno a scemare le rigorose definizioni dualistiche, a favore di concezioni sempre più nuove che definiscono la sessualità come un concetto variegato e mutevole, in altre parole fluido…
Strete pensando….ok va bene tutta questa teoria, ma in pratica che significa? Si parla solo di sesso?
Beh…no! Facciamo degli esempi:
Pensiamo al settore della moda, dove l’“unisex”, o meglio “genderless”, è il nuovo trend che domina le passerelle dei grandi stilisti di tutto il mondo, ma anche dei più noti brand della fast fashion che inseriscono nelle loro collezioni sempre più capi adatti a tutti e tutte.
Pensiamo al mondo dello sport, dove anche il calcio, da sempre considerato come lo sport maschile per antonomasia…diventa uno sport per tutti e per tutte.
Pensiamo alla chirurgia estetica: sempre più maschi richiedono l’aumento del volume delle labbra e degli zigomi per avere un aspetto più delicato e femminile, mentre sempre più femmine richiedono mandibole più marcate per sembrare più mascoline.
Pensiamo al mondo del make up…avete visto che belli gli smalti di Fedez?!
Pensiamo ai personaggi del mondo dello spettacolo che hanno pubblicamente dichiarato di identificarsi bene con questo tipo di orientamento sessuale e soprattutto che lo mettono in luce nel loro modo di fare e di essere… come l’attrice Kirsten Stewart e la modella Cara Delevigne, o Harry Styles ….e per restare dalle nostre parti pensiamo alle performance di Achille Lauro, a Madame, a La Rappresentante di Lista e chi più ne ha più ne metta!
Assistiamo sempre di più e sempre più velocemente a un cambiamento in cui il genere lascia il posto alla libertà di espressione della propria identità senza limiti, dove la fluidità sessuale si colloca come un mezzo a favore dell’espressione di sé…dove ognuno ha la possibilità di sperimentare la bellezza di esprimersi come essere unico, senza necessariamente riferirsi a una categoria preconfezionata a cui accedere per potersi definire e riconoscersi.

L’attaccamento è … sentirsi amati, da zero a tutta la vita
Il cucciolo d’uomo viene al mondo bisognoso di cure. Instaurare una sintonizzazione fisica ed emotiva con una figura di accudimento, disponibile e pronta a rispondere a questi bisogni, è il bisogno primario di ogni essere umano, fondamentale per la sopravvivenza.
La TEORIA DELL’ATTACCAMENTO attribuisce un ruolo essenziale al legame e al comportamento di attaccamento instaurato tra caregiver e bambino lungo tutto il ciclo di vita. Quello che facciamo con i bambini nei primi anni di vita li orienterà sempre nelle loro scelte. Le esperienze interattive precoci tra caregiver e bambino sono determinanti nel processo di costruzione della rappresentazione di sé e degli altri.
Esiste un legame tra la qualità dell’attaccamento infantile e le successive relazioni di attaccamento in età adulta; le modalità con le quali ci leghiamo ad un’altra persona, in età adulta, riflettono le nostre primarie esperienze di attaccamento. Le esperienze sperimentante nel corso dell’infanzia si organizzano in Modelli Operativi Interni (Bowlby, 1969). Immaginiamoci i Modelli Operativi Interni come delle Mappe che forniscono una base di conoscenza per le esperienze successive.
Queste Mappe tendono a mantenersi stabili dalla nascita alla morte ma possono essere modulate, revisionate ed adattate grazie all’esperienza di altre relazioni lungo tutto l’arco della vita. La capacità del caregiver di riconoscere i segnali di bisogni fisici ed emotivi del bambino, di soddisfarli, di accudire in modo sensibile, responsivo e funzionale determinerà il definirsi di uno Stile di Attaccamento Sicuro.
La scarsa comprensione dei bisogni del bambino, le ripetute interazioni con una figura di accudimento non responsiva o erroneamente responsiva, ostile, assente, poco disponibile ed affidabile determinerà il definirsi di uno Stile di Attaccamento Insicuro.
Aver sperimentato uno stile di attaccamento sicuro porterà con molta probabilità ad un adulto fiducioso di sé e delle relazioni, meritevole e degno di amore, attenzioni, conforto e sostegno.
Uno stile di attaccamento insicuro porterà nelle relazioni adulte ad una percezione dell’altro come incapace di soddisfare le richieste d’amore e vicinanza, un forte desiderio fusionale, dipendenza dal partner, intrusività, gelosia, emozioni amplificate, mancanza di fiducia.
L’amore incondizionato, il carburante indispensabile della nostra esistenza “dalla culla alla morte”.
Vivere mindful…è tutta una questione di pratica!
Lo scopo della mindfulness è quello di raggiungere uno stato di consapevolezza di sé, dei propri pensieri e delle proprie emozioni nel qui ed ora, intenzionalmente ma in modo non giudicante.
Tutto molto bello, dirai, ma sembra davvero difficile.
Eppure qui troverai la soluzione a tutte le tue domande…o quasi!
L’unico modo per raggiungere la piena consapevolezza, l’attitudine a vivere una vita mindful, è…praticare
Imparare ad “essere mindful” è un po’ come imparare ad andare in bicicletta.
Ricordi come hai imparato ad andare in bicicletta? Sei caduto, ti sei alzato, hai accelerato, a volte hai diminuito la velocità, ti sei sbucciato le ginocchia, ti sei divertito. Ad ogni modo, è stato necessario allenarsi per imparare e migliorare.
Imparare a vivere con un’attitudine mindful sar proprio come imparare ad andare in bicicletta: sarà entusiasmante accelerare, poi frenare, cadere e rialzarsi, a volte sarà emozionante, altre volte penserai di non farcela e, quando meno te lo aspetti, sentirai che qualcosa è cambiato dentro di te e ti sentirai finalmente consapevole.
La mindfulness, infatti, può essere considerata un vero e proprio allenamento per la mente: allenarsi regolarmente alla piena consapevolezza consente di sviluppare e affinare le abilità di presenza. Ecco perché è consigliabile non limitarla ad una pratica di un’ora, di tanto in tanto, bens coltivarla quotidianamente inserendola nella nostra quotidianità.
Detto così può far sembrare che vivere in piena consapevolezza sia un’utopia, qualcosa di irraggiungibile… ma non è proprio così!
La nostra vita frenetica, l’educazione che abbiamo ricevuto, i nostri automatismi, i ritmi che siamo chiamati a rispettare e ciò che abbiamo appreso nel corso del tempo spesso ci spingono ad affrettarci, a produrre, a non stare fermi, ad essere multitasking. La mindfulness ci allontana da tutto questo e ci dona una nuova visione della vita, un nuovo modo di vivere il momento presente.
La pratica della mindfulness non consiste tanto nell’essere sempre consapevoli di tutto ci che è dentro e fuori di noi (sarebbe davvero complicato!), quanto nello scegliere, momento per momento, di essere presente, accorgersi quando non si è nel qui ed ora e decidere di tornare, senza giudicarsi, senza alcun affanno.
Per imparare tutto ciò occorre “semplicemente” allenarsi, il più possibile, nel modo migliore possibile.
E quale è il modo migliore possibile? Il tuo!
Non c’è una modalità giusta o sbagliata di praticare la mindfulness, esiste solo il nostro personalissimo e unico modo di essere mindful.
Nella mindfulness esistono due tipi di pratiche, quelle formali e quelle informali.
Le pratiche formali sono quelle più strutturate, sono scandite da un inizio ed una fine, si possono eseguire per un determinato lasso di tempo, lasciando che l’esercizio sia guidato da una voce esterna che ci da istruzioni e che direziona la nostra attenzione; fanno parte di queste pratiche il body scan, la meditazione camminata, la meditazione seduta e molte altre.
Le pratiche informali, invece, non prevedono un momento strutturato ma, al contrario, possono essere messe in pratica in qualsiasi momento della giornata e in qualsiasi contesto. Consistono in attività individuali o interazioni con l’ambiente e/o con altre persone, condotte in piena in consapevolezza e attenzione al momento presente (es. mangiare, camminare, guidare, fare la doccia, ascoltare la musica, fare sesso…).
Qualsiasi sia la pratica che sceglierai di eseguire, non c’è bisogno di valutarla, non c’è una meditazione buona o una cattiva, una pratica più o meno ben fatta. È necessario capire che questo modo di pensare, basato sulla valutazione della prestazione, non rispecchia il concetto fondamentale della mindfulness: porre attenzione intenzionalmente al momento presente, in modo non giudicante!
Dunque, il trucco è uno solo: pi si pratica, pi l’intero processo diventer un’abitudine e trarremo benefici da questa pratica.
E ora? Non ti resta che provare!
Il modo migliore per iniziare a praticare la Mindfulness è semplicemente quello di cominciare. Spesso si tende a rimandare qualcosa da fare fino a trovare il momento perfetto, che non arriva mai.
Non aspettare, inizia subito!
Prova scegliere un’attivit quotidiana e abituale e svolgila in piena consapevolezza, impegnati a svolgerla prestandole piena attenzione. Puoi scegliere una qualsiasi attività: fare colazione, lavare i denti, guidare, o camminare. Ti consigliamo di iniziare da attività semplici e brevi, così che sarà più facile fare pratica.
E ricorda, per qualsiasi attività, se la tua mente ti porta altrove, non giudicarti (è normale!) prova gentilmente a riportare l’attenzione a quello che stai facendo.

Associazione MAP
L’associazione MAP aps prende vita da 7 donne Meravigliose Appassionate Pazzesche accomunate dalla voglia di aggregazione, dalla passione per le tematiche sociali, dal desiderio di voler lasciare un’impronta, una “mappa”, appunto, in grado di promuovere cultura, benessere, relazioni sane.
La mission è quella di promuovere la cultura psicologica, pedagogica e sessuale dell’essere umano per donare un piccolo contributo verso il miglioramento della qualità di vita e la consapevolezza del proprio Sè.
Proponiamo laboratori esperienziali, viaggi tematici, percorsi di skills training, esercizi motivazionali, giochi didattici, per promuovere la salute, l’equilibrio interiore e con i propri cari, la cultura del rispetto e dell’inclusività, per delineare nuovi percorsi, nuove MAPpe verso la felicità.
MAP orienta, se sei al buio nella tua vita.
MAP accompagna, se sei solo sostenendoti.
MAP motiva, sei hai bisogno di correre verso le tue mete.
MAP migliora la tua famiglia, le tue relazioni, la tua vita!
Mara Porcaro
The president. La leader del gruppo, la “Masta”, come si dice in Campania, pignola, intraprendente, un vulcano di idee!
Anna Fortunato
La segretaria sex educator, precisa, creativa, che rende concreta ogni intenzione! Detto-Fatto!
Carmen Girardi
La tesoriera ricca: di dolcezza, di gentilezza, di sogni; pensatrice ed elucubratrice, quel giusto che non guasta!
Titti Casillo
La nerd del gruppo, cauta e ponderata, saggia e generosa, con una certa forma di addiction per i libri e per le scarpe!
Nancy Testa
La mindful catwoman, problem solver zen e sorridente, fino a quando non la fai arrabbiare che tira graffi!
Alessandra Lauletta
La delicata e accogliente neo-mammina, dal corpo piccolo e il cervello grande, amante di tutto ciò che riguarda la terza età… professionalmente parlando!
Fabiana Fortunato
La bella maestra che tutti vorrebbero, simpatica a grandi a piccini, tanto dolce e tanto salata! Il giusto mix!
Come nasce …il laboratorio?
Il laboratorio nasce come locale attrezzato per la produzione di tipo artigianale, a volte annesso a negozi in cui si eseguono lavorazioni di oggetti posti in vendita.
Col tempo, questo termine viene associato anche a luoghi istituiti per dare lavoro o ad insegnare un mestiere ai disoccupati fino ad arrivare nel tempo ad essere luoghi non solo di produzione, ma anche di analisi, di studio, di ricerca, di diagnosi nei vari settori della società.
A volte in sostituzione si utilizza il termine “ATELIER”, soprattutto per indicare laboratori di confezioni per signore, di pittura, di scultura, di fotografia. L’idea di laboratorio ha origini profonde e lontane: da Comenius (sec.XVII) a Pastalozzi (inizio ottocento), a Dewey, Derroly, Montessori, Freinet, per giungere a Lucio Lombardo Radice, a Emma Castelnuovo e alla “Classe cooperativa” del MCE (nel XX secolo).
Tutti concordano sull’importanza dell’ associazione della pratica all’insegnamento ma, ancora oggi, il concetto di laboratorio didattico stenta ad affermarsi concretamente nella pratica dell’istruzione scolastica in tutti i suoi gradi. Pur essendo diventato negli ultimi anni un termine di moda dentro e fuori la scuola, lo si usa nei più diversi contesti e situazioni, a volte anche a sproposito.
Oggi il termine “laboratorio” viene utilizzato in ambiti e settori della nostra società a latitudini opposte fra loro, mantenendo però la centralità della sua importanza per lo sviluppo nei vari settori. Un vero e proprio centro di gravità insomma, capace di catalizzare studi, pensieri, lavoro, investimenti.
Il laboratorio è insieme lavoro e relax, ricordo e sviluppo, tradizione e innovazione un ambiente in cui si apprende grazie ad un “fare”-attivo (osservare, pensare, progettare, provare, adattare, produrre, argomentare): La fase del “fare” corrisponde ai nostri bisogni, alle nostre curiosità, alle nostre domande. Quella dell’”azione” invece è finalizzata alla conoscenza, all’apprendimento inteso come realizzazione del prodotto, che sia fisico o puramente intellettuale.
I laboratori sono il migliore strumento per far esprimere la “persona”, per esaltarne la cultura, l’educazione, gli interessi, le peculiarità, per aiutarla a riscoprire e qualificare, in maniera cooperativa, la complessità delle proprie esperienze. Un momento significativo di relazione interpersonale e di collaborazione costruttiva tra allievi e docenti dinanzi a progetti condivisi da realizzare ed a compiti comuni da svolgere, avendo la possibilità di utilizzare le conoscenze, le abilità che servono allo scopo e valorizzando l’intelligenza distribuita che ogni raggruppamento di bambini, ragazzi e docenti porta con se’.
BIBLIOGRAFIA
Agrati L., Alla”conquista” del sapere: il laboratorio nella formazione degli insegnanti, Carocci, Roma, 2006 Dewey J.(1899), Scuola e società, La Nuova Italia, Firenze, 1993 Frabboni F., Il laboratorio, Laterza, Roma-Bari, 2004









