Una mamma che solleva il bambino e lo porta all’altezza dei suoi occhi. Oggi l’universo non ha altra prospettiva, altro asse, altro centro che questo. (Fabrizio Caramagna)
I primi anni di vita del bambino sono fondamentali per formarsi una prima idea di Sé e del mondo che lo circonda, entrambe le rappresentazioni di sé e dell’altro, sono delineate dalla qualità della relazione diadica madre-bambino. Entrambi sono attivi nella relazione, il bambino comunica, a suo modo, i suoi bisogni alla madre e lei, “leggendoli”, li riconosce.
In psicologia per “funzione materna” s’intende l’atteggiamento di cura, di accoglienza, di comprensione, di sicurezza e riferimento esercitata da chi si prende cura del bambino. Questa risponde ai bisogni di dipendenza e sicurezza del neonato, limitando l’angoscia derivante dalla paura dell’abbandono e della solitudine. È una funzione solitamente svolta dalla madre, ma può essere esercitata da figure differenti che si prendono cura del bambino.
La funzione materna contribuisce fortemente all’interiorizzazione di un’immagine di sé amata e sicura che il bambino acquisisce a partire dai primi anni di vita e, crescendo, inizia ad impiegare in tutti i suoi contesti di vita.
Mary Ainsworth (1979) ha definito “responsività sensibile” la capacità della madre di soddisfare i bisogni del bambino in modi e tempi adeguati così da ristabilire in lui un senso di sicurezza quando percepisce sensazioni pericolose. Bion (1963) ha definito “funzione di rêverie” uno degli ingredienti della funzione materna per designare lo stato mentale aperto della madre alla ricezione delle angosce del neonato e alla sua disponibilità di riconoscerli, tollerarli e prendersene cura per il bambino in modo che possa sentirli come suoi attraverso la madre.
Questo processo è quello che Bion (1963) ha definito “contenimento” e da modo al bambino di interiorizzare sia la trasformazione del suo stato psico-fisico, che la capacità della madre di pensare al bambino come “essere che sa comunicare”, quindi “essere intenzionale”: è dall’intenzionalità che nasce lo scopo all’azione, il pensiero.
La ripetizione di ciò nella relazione madre-bambino farà sì che il bambino cresca in un ambiente accudente e stimolante sviluppando un attaccamento sicuro (Bowlby,1969), risultato di un contenimento riuscito, fondamento dell’identità personale.
Quindi, quella della madre non è una funzione solo biologica, ma anche simbolica e quanto più è “manomessa” durante l’infanzia, tanto più ne sentirà la mancanza negli anni successivi dello sviluppo.
Talvolta, ciò che spinge le persone ad iniziare un percorso di psicoterapia è il bisogno di ripristinare il proprio equilibrio interiore ripercorrendo quei processi legati alle funzioni genitoriali, in particolar modo alla funzione materna.
Lo spazio terapeutico è un ambiente sicuro abitato da una nuova diade, paziente-terapeuta, dove il terapeuta può assumere un ruolo contenitivo e protettivo e presenta al paziente delle funzioni emancipatorie sostenendolo ad accogliere i bisogni del suo bambino interiore, sviluppando la capacità di “sapersi prendere cura”, sviluppando delle proprie risorse e superando le problematiche individuali. Di conseguenza, apprendere queste capacità dà modo di potersi prendere, innanzitutto, cura delle proprie insicurezze, ma anche riuscire ad accogliere la nascita di una nuova vita da genitore, da madre accogliente, empatica, comprensiva e di sostegno, dando modo al bambino di fare esperienza di una relazione primaria soddisfacente.
Non è possibile essere una madre perfetta. Ma ci sono milioni di modi per essere una buona madre. (Jill Churchill)