Fake news e disinformazione: gli effetti sulla comunità. Evento gratuito.

Gentile,
vogliamo informarla ed invitarla al prossimo evento organizzato dall’associazione Map: “Fake news e disinformazione: gli effetti sulla comunità”, del dottor. Francesco Romano.
L’incontro è previsto per giovedì 23 giugno ore 20:00, ed è aperto a tutti. È necessaria, però, la prenotazione all’evento mandando un’e-mail a info@associazionemap.it chiedendo il link di accesso alla piattaforma Zoom sulla quale verrà trasmesso l’incontro.


Partecipa all’evento gratuito su piattaforma Zoom, il giorno 23 Giugno alle ore 20.

Utilizza il link per partecipare

https://us02web.zoom.us/j/84092402219?pwd=WnBuS0lxMVRoclAzWXFhWUt6bUpLUT09

ID riunione: 840 9240 2219
Passcode: 970069

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Sai quanti effetti benefici produce un solo abbraccio?


La pandemia ha cambiato le nostre abitudini, si è un po’ persa la tranquillità di potersi scambiare spontaneamente un abbraccio, ma quand’è che possiamo, sarebbe bello lasciarsi andare, sapete perché?
L’abbraccio è uno dei più grandi alleati del nostro benessere psico-fisico! Abbracciare fa stare bene. Le carezze, gli abbracci, stimolano un gruppo di nervi chiamati afferenti C-tattili che rilasciano ossitocina: l’ormone che gioca un ruolo fondamentale nelle relazioni sociali, rallenta il battito cardiaco e diminuisce i livelli di ansia e stress. Oltre l’ossitocina, rilasciano anche le endorfine, connesse al piacere e al benessere. Alcuni studi hanno dimostrato come dormire abbracciati al proprio partner aiuta a regolare il sonno: grazie al contatto, il rilascio di ossitocina aumenta favorendo la diminuzione dei livelli di cortisolo, un ormone che aumenta quando si è stressati.
Altri studi, invece, dimostrano che gli abbracci avrebbero addirittura un effetto curativo, e ci aiuterebbero a combattere le infezioni regolando il rilascio di ormoni che influiscono sul sistema immunitario.
Tutto ciò dimostra come, in generale, i benefici degli abbracci vanno ben oltre la sensazione momentanea di benessere o piacere, ci fanno rilassare e non possono che fare bene! Quindi… appena possiamo, non perdiamone l’occasione! PsycoPills

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Come si rielabora un TRAUMA?

A livello psicologico: riformulando vecchie convinzioni di sopravvivenza e ricordi traumatici, cambiando prospettiva.

A livello Emotivo: esprimendo rilasciando o conten le emozioni represse, ripristinando il campo emotivo.

A livello Neurologico: attraverso il completamento delle risposte di sopravvivenza (attacco/fuga/congelamento/compiacenza/spegnimento )

A livello Somatico: ricordando e risolvendo i ricordi del corpo (impliciti ma disturbanti)

A livello Relazionale: stabilizzando energeticamente il campo relazionale come sicuro e protetto

A livello dell’ Identità: confortando e calmando le parti più giovani o traumatizzate di noi stessi (nostri vissuti interiori) facendole sentire al sicuro in modo da mantenere la centratura su una parte più adulta e resiliente

emozione

Un mondo da vivere: le emozioni


Quando pensiamo alle emozioni, ci vengono in mente quelle che più siamo abituati a descrivere,
come la gioia, la felicità, la tristezza, il disgusto, la rabbia e la paura.
Ma che cos’è un’emozione?
Studi iniziali hanno definito l’emozione come uno stato, ad oggi possiamo invece dire che le
emozioni sono un processo multi-componenziale che si attiva alla presenza di uno stimolo, interno
o esterno, che genera cambiamento nella relazione mente corpo e nell’azione.
Ciò che attiva in noi l’emozione può essere un pensiero o una sensazione corporea, detto stimolo
interno, un regalo ricevuto o un rimprovero dal direttore di lavoro, detto stimolo esterno.
Allo stimolo seguono una serie di modificazioni a livello del sistema nervoso che attiva il “sistema
emozionale” in cui interagiscono cambiamenti di tipo fisiologico come: aumento della frequenza
cardiaca, variazioni della temperatura corporea, espressioni facciali, attivazione e cambiamenti
negli aspetti cognitivi, come: la valutazione della natura dello stimolo (chiamata appraisal), i
cambiamenti verbali, la tendenza all’azione e la messa in atto di un comportamento specifico, ad
esempio aggredire se siamo arrabbiati o scappare se stiamo spaventati.
Gli aspetti del “sistema emozionale” interagiscono fra di loro e questa è una risorsa dal momento in
cui è possibile regolare l’intensità di un’emozione ponendo l’attenzione sul pensiero o la sensazione
corporea che l’attiva, per esempio, potendo anticipare la messa in atto di un comportamento
piuttosto che di un altro.
Le emozioni sono i colori della nostra vita, indicano il nostro livello di benessere, comunicano
come ci sentiamo, in modo più o meno consapevole, svolgono un ruolo fondamentale nei processi
di decisione, giudizio e ragionamento.
Secondo la teoria evolutiva di Darwin, le emozioni svolgono la funzione primaria di sopravvivenza
della specie, ad esempio, è grazie alla paura che proviamo di fronte ad un orso che scappiamo via
per salvarci.

Questa funzione è garantita dall’attivazione a livello neurologico che, senza la mediazione del ragionamento, ci permette di agire risparmiando tempo in caso di pericolo.


Le emozioni hanno anche altre funzioni, nello
specifico: informano noi stessi come stiamo, ad
esempio, è percependo il nostro livello di
soddisfazione e benessere che sentiamo di star
raggiungendo o meno i nostri obiettivi affettivi,
interpersonali e professionali, ci permettono di
comunicare agli altri come ci sentiamo attraverso le espressioni facciali, il tono della voce, la
postura e i gesti.

Lo studio delle emozioni ha portato a classificarle in primarie e secondarie.
Le emozioni primarie o anche dette fondamentali, sono emozioni di base, innate, espresse
universalmente da tutti in luogo e cultura e sono: paura, tristezza, rabbia, disgusto e gioia.
Le emozioni secondarie sono chiamate anche emozioni sociali perché si sono sviluppate nel corso della storia filogenetica dell’uomo per favorire la cooperazione e la coesione del gruppo, queste ci aiutano a vivere con gli altri e a integrarci e sono: la vergogna, il senso di colpa, la delusione, l’allegria, il rammarico, l’orgoglio, la speranza e la gelosia.

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Alessandra Lauletta

La delicata e accogliente neo-mammina, dal corpo piccolo e il cervello grande, amante di tutto ciò che riguarda la terza età… professionalmente parlando!

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Nancy Testa

La mindful catwoman, problem solver zen e sorridente, fino a quando non la fai arrabbiare che tira graffi!

mamma

Psicoterapia e funzione materna

Una mamma che solleva il bambino e lo porta all’altezza dei suoi occhi. Oggi l’universo non ha altra prospettiva, altro asse, altro centro che questo. (Fabrizio Caramagna)

I primi anni di vita del bambino sono fondamentali per formarsi una prima idea di Sé e del mondo che lo circonda, entrambe le rappresentazioni di sé e dell’altro, sono delineate dalla qualità della relazione diadica madre-bambino. Entrambi sono attivi nella relazione, il bambino comunica, a suo modo, i suoi bisogni alla madre e lei, “leggendoli”, li riconosce.


In psicologia per “funzione materna” s’intende l’atteggiamento di cura, di accoglienza, di comprensione, di sicurezza e riferimento esercitata da chi si prende cura del bambino. Questa risponde ai bisogni di dipendenza e sicurezza del neonato, limitando l’angoscia derivante dalla paura dell’abbandono e della solitudine. È una funzione solitamente svolta dalla madre, ma può essere esercitata da figure differenti che si prendono cura del bambino.


La funzione materna contribuisce fortemente all’interiorizzazione di un’immagine di sé amata e sicura che il bambino acquisisce a partire dai primi anni di vita e, crescendo, inizia ad impiegare in tutti i suoi contesti di vita.


Mary Ainsworth (1979) ha definito “responsività sensibile” la capacità della madre di soddisfare i bisogni del bambino in modi e tempi adeguati così da ristabilire in lui un senso di sicurezza quando percepisce sensazioni pericolose. Bion (1963) ha definito “funzione di rêverie” uno degli ingredienti della funzione materna per designare lo stato mentale aperto della madre alla ricezione delle angosce del neonato e alla sua disponibilità di riconoscerli, tollerarli e prendersene cura per il bambino in modo che possa sentirli come suoi attraverso la madre.

Questo processo è quello che Bion (1963) ha definito “contenimento” e da modo al bambino di interiorizzare sia la trasformazione del suo stato psico-fisico, che la capacità della madre di pensare al bambino come “essere che sa comunicare”, quindi “essere intenzionale”: è dall’intenzionalità che nasce lo scopo all’azione, il pensiero.


La ripetizione di ciò nella relazione madre-bambino farà sì che il bambino cresca in un ambiente accudente e stimolante sviluppando un attaccamento sicuro (Bowlby,1969), risultato di un contenimento riuscito, fondamento dell’identità personale.
Quindi, quella della madre non è una funzione solo biologica, ma anche simbolica e quanto più è “manomessa” durante l’infanzia, tanto più ne sentirà la mancanza negli anni successivi dello sviluppo.

Talvolta, ciò che spinge le persone ad iniziare un percorso di psicoterapia è il bisogno di ripristinare il proprio equilibrio interiore ripercorrendo quei processi legati alle funzioni genitoriali, in particolar modo alla funzione materna.
Lo spazio terapeutico è un ambiente sicuro abitato da una nuova diade, paziente-terapeuta, dove il terapeuta può assumere un ruolo contenitivo e protettivo e presenta al paziente delle funzioni emancipatorie sostenendolo ad accogliere i bisogni del suo bambino interiore, sviluppando la capacità di “sapersi prendere cura”, sviluppando delle proprie risorse e superando le problematiche individuali. Di conseguenza, apprendere queste capacità dà modo di potersi prendere, innanzitutto, cura delle proprie insicurezze, ma anche riuscire ad accogliere la nascita di una nuova vita da genitore, da madre accogliente, empatica, comprensiva e di sostegno, dando modo al bambino di fare esperienza di una relazione primaria soddisfacente.

Non è possibile essere una madre perfetta. Ma ci sono milioni di modi per essere una buona madre. (Jill Churchill)